elleboros

mercoledì, agosto 20, 2008

 

 

  bauhaus .   

 

 Tutto  si diparte dal centro, un crocevia  che nasce da un’unica direttrice apparentemente casuale, retta, e poi un’altra, e un’altra ancora. Poi un’altra, e un’altra. In verticale o in lieve pendenza. Si rincorrono  deviazioni  rapide, in ogni direzione utile. Ponteggi e gettate si tendono in mezzo a verdi intensi  o teneri, con frange di colore vivo, con sfondo di cielo, ora defilati, ora aperti. Ma tutto coeso, determinato e preciso, niente per caso.

Angoli acuti uniti al vertice  si lanciano in raggi ancora incompiuti, una stella di seta che già cattura luce e gocce e le rifrange.               

La geometria  prosegue in bisettrici e in lati di poligoni tesi fra le linee; e così trapezi, ottagoni, triangoli. Rettangoli no, per via dell’esplicito obliquo del convergere. Tiranti  e sottili solidi cavi sostengono leggeri il leggero tenace equilibrio che sfida le leggi della fisica e il vento.  Aerìvaga  ma  salda la struttura  autoportante cresce, con sotteso continuo, metodico, sapiente lavoro, intessuto d’arte .

Non si sa se per difetto di carpentiere o errore di tecnico, o per capriccio d’artista, o più semplicemente  per decisione di natura, oppure per decadenza di motivazione o di luogo, la straordinaria costruzione, obsolescente  e negletta, ormai deserta, con appena percettibili residui del lavoro, della vita, della morte  di cui aveva  vibrato,  evolve presto in una matassa indistinta con qualche pendulo filo.

Resta il dubbio se ora lui sia fra altri verdi e altri colori profumati, o se invece accada mai che resti vittima della sua stessa opalina insidiosa geometria; lui, l’autore e attore di tanto stupefacente impresa, il ragno.  

 

 

annotato da elleelle 14:39 | commenti (51)

giovedì, agosto 07, 2008

  et  fiat lux 

 

Il pipistrello nero, nero nel viola e nel blu fondo, poi nero  nel nero,  stridiva circonferenze perfette  rotte da improvvise temerarie deviazioni banzai verso la luce, ma defilandosi indietro veloce con gridi acuti, poi silhouette più nera fugace nel cerchio platino della luna tonda, o nel semicerchio, o nel croissant luminescente  con gobba a ponente, o calante a est.

Gli stridii bucavano la notte di buchi  d’emozione densa. Di conserva, bubolare di civette da immaginare con occhi tondi e vivi sull’albero fitto di foglie. E cicale frifrifrinenti, noiose forse, dolcemente soporifere nel buio.                                                                                                                            Un frullo d'ali. Un corvo. Un gufo. Un allocco. Un barbagianni?                                                         

Un assordante rumore dall’alta magnolia si trasformava in frotte d’uccelli al batter di mani.

Il gatto schizzava sul muretto di corsa, tanto da chiedersi se la vista ingannava. Falene a sciami. Il geco immoto era pronto al balzo nell’esigua luce della lampada a muro. Ogni tanto, un blub onomatopeico di rana nel laghetto in giardino di cui la mente, se non gli occhi, coglieva i cerchi concentrici. E fruscii di fronde, suoni oscuri, e spaventarsi, ma solo un poco, per godere della paura. Un’ombra lieve sul muro. I lampioncini a candela. Tremolanti. Stelle puntiformi in cielo, vivide nel nero assoluto. Profumo di mare, verso mezzanotte, strettamente mischiato  ad aghi di pino, a fiori, a piante selvatiche. Acuto, dolce, salato, inebriante. Per via dei sensi allertati. Dell’abbandonarsi mollemente al sentire.

Ma luce fu.

Nel cortile della scuola attigua luce fu.

Per sicurezza, dice. Tutto l’edificio apparve, illuminato a giorno, come se fosse di particolare pregio artistico o storico. E come se la scuola non dovesse essere un luogo dell’educare. Al bello magari.

E invece è solo un orrido edificio degli anni sessanta. Dotato di fari abbaglianti e con un cortile pieno di erbe secche e di ferri arrugginiti.

Pipistrelli, gufi, allocchi, civette, cicale. Falene, gechi. Uccelli assordanti a sera fra le foglie lucide della magnolia. Stelle puntiformi in cielo. Profumo di mare. Buio.

Come scomparsi.

Nella logica della presunta sicurezza; fra zanzare e sospetti.

Fiat lux.

Et lux facta est.

 

annotato da elleelle 00:16 | commenti (38)

domenica, giugno 01, 2008

 

.lettera d’amore .

 

 

 

 Una lettera d’Amore è sempre un capolavoro, è un’opera omnia e un’opera prima.

Un tessuto pieno e fitto, tela di ragno leggera, tela di quadro di ricchi colori, tela di trame e orditi a due, senza prefazione o seguito, senza nulla che le sia precedente secondo o terzo; opera prima in assoluto, e compendio di tutto. Nulla le è stato le è o le sarà uguale o simile in nessun tempo o in nessuno spazio.

Fosse anche rubata o presa a prestito, sgrammaticata, piena di citazioni o luoghi comuni, confusa o incomprensibile, essa è un capolavoro, ed è unica.

 

Perché la lettera d’Amore non è fatta delle parole di cui sembra essere fatta, ma di altre parole di un lessico suo proprio.

Nasce e vive dentro, in intima simbiosi con l’anima, suo luogo d'elezione, dove quel linguaggio è di casa.

 

Perché la lettera d’Amore non è Letteratura, né intuizione artistica, che necessita di abilità tecnica per trasformarsi in Opera.

Le è propria una sua completezza di microcosmo che è ed esiste, anche se non si esplicitasse in grafìa.

Dalla casa dell'anima per contatto e compressione irrompe piezoelettrica scintilla ad infiammare la pagina, suo luogo occasionale, che le sta stretta e stenta a contenerla.

 

Perché la lettera d’Amore è smisurata; è a tre, quattro, diciotto, chissaquante dimensioni.

Ed è irrequieta, poliedrica, impaziente. Sfera a tutto tondo, cono liscio dall'acuminata cuspide e piramide con vertici spigoli acuti; paraboloide, fuoco, sale, zucchero, follìa, prisma di luce.

Un pentagramma è poco per le sue note; eptagramma almeno, icosigramma miriagramma.

 

Se con mossa di magìa pura oltrepassiamo la barriera della pagina, di là, di sopra, di sotto, a est, a ovest, c'è il mondo infinito della lettera d'amore, opera omnia e opera prima.

 

Certo no, non può stare tutta in un rettangolo soltanto.

 

annotato da elleelle 16:03 | commenti (108)

domenica, maggio 11, 2008

Romae Tibur amem,

ventosus(a) Tibure Romam.

Perchè  a Roma io abbia voglia di Tivoli e a Tivoli di Roma, come in preda al vento, e così di mare in montagna e al mare di monti, e di verde e di sabbia e scogli, acqua ed erba, neve pioggia e sole,  domenica di lunedì, perché no di giovedì, non saprei.

Ho il mare e gli spazi. Quando gli occhi non trovano ostacoli e lo sguardo rotola nell’infinito dell’orizzonte blu al di là della linea dell’acqua, verso Capraia e Gorgona, verso la Corsica, la Spagna, e oltre , in ogni direzione possibile. Lo sguardo compagno del pensiero e con lui gran navigatore senza confini per rotte note o sognate, nella storia e nello spazio e nell’immaginazione.

Però lì, seduta sugli scogli o sulla sabbia, fra granchi arrampicatori o conchiglie vuote, fra oggetti portati dalle onde e con una storia sconosciuta e intrigante, maestrale o libeccio mi intingono di sale e desideri. Di viola e rossi sull’acqua e insieme di verde tenero e fitto e di monti vicini. O lontani.

Basta girarsi per vederli. Ma diventa un’attrazione quasi dolente eppure felice, una voglia inesausta. Io sono barca e ali . E sono vento.

Un amico mi dice,  senza oscuri pensieri anzi con animo leggero: - Se per caso morissi – SE ,dico io, e per caso – mi devi scrivere lì, ti dò questo compito e lo dò proprio a te, “Romae Tibur amem, ventosus Tibure Romam”. E ascolta, senti la bellezza di quel conciso denso intenso “ventosus Tibure Romam.”  -.

La sento, quella bellezza, e comprendo la profonda vivace inquietudine. Il gusto del vivere.

Senza opporsi al vento.

annotato da elleelle 23:42 | commenti (26)

martedì, aprile 29, 2008

PECHINESE A  ISTANBUL

 Se ne stava assisa in una specie di cattedra con tanto di pedana.

Come gemma incastonata tra il muro alle spalle, fiancheggiato da due ampie vetrate verso la piazza – la quale  si intravedeva appena, denunciata da una testa di bronzo del monumento che spuntava poco lontana fra la miriade di oggetti esposti e accatastati sugli scaffali -,  e un bancone alto e stretto, arcuato, che la teneva come prigioniera in una morsa di legno scuro lavorato a doghe stondate.

Tutto il santo giorno. 

Io pensavo, per la verità, anche tutta la notte.

In qualunque momento si passasse di lì, infatti, che fosse mattina presto, l'ora di pranzo o di cena, oppure d'estate, in quelle prime ore del pomeriggio calde e sonnolente, come sono calde e sonnolente quasi in riva al mare, se anche non fosse possibile entrare perchè la porta era chiusa, data l'ora appunto, avvicinandosi ai vetri e sforzandosi di penetrare con gli occhi schermati dalla mano l'eterna penombra che avvolgeva la grande stanza a elle,  si poteva intravedere la sua sagoma scura  sulla  cattedra con tanto di pedana.

Le parole erano rade, radi i gesti.

Una voce come da un remoto angolo di mondo,  rotonda e pastosa ma con qualche nota di acuto squittìo, se volta a qualcuno appena un po' discosto dal fronte del suo improprio trono. 

Gesti morbidi, verso il portamatite irto di penne, verso il cassetto appena sotto il piano del mobile che la conteneva, verso chi la fronteggiava; gesti di mani bianche venate di lieve azzurro, con unghie pallide e leggermente traslucide fino alla lunetta bianca, un poco a punta .

Gesti di mani, sì, ma non di testa, ché la testa, sormontata di capelli bianchi acciuffati sulla nuca e appena striati d'un remoto ricordo di scuro, rimaneva sempre pressoché immobile; e così gli occhi rotondi e castani, i quali, benché vi si potesse veder passare qualche lampo di intelligenza, o forse di saggezza,  non rivelavano particolare espressione;  come la bocca sottile che,  allineata col naso  schiacciato su un piano  continuo con la fronte e contornata ai lati da lunghe pliche terminanti in guance flaccide, formava una linea orizzontale con gli angoli volti all'ingiù, e le dava un'aria da bonario mastino o da mesto pechinese.

Aveva un onor del mento -  e del labbro superiore  -  di tutto rispetto per un'anziana signora   -o forse signorina- , di peli radi, ma lunghi e ispidi, in perfetto pepe e sale.

Riusciva difficile pensare che una volta fosse stata ragazza, o perfino di mezz’età.

La guardavo intimorita, sorpresa ogni volta di trovarla sempre nella stessa posizione, paludata nell'abito  a chemisier coi bottoncini di madreperla, nero. Qualche rara volta a piccoli pois bianchi o grigi, qualche altra spezzato, con la camicia candida con inserti di pizzo; un ampio foulard scuro al collo, circondato di collane d'oro e di corallo. 

Ricordo di essermi sporta, io bambina, di lato, di sopra, di sotto, per vedere se le gambe le aveva. Perché io non l'avevo mai vista alzarsi, camminare, e men che meno l’avevo vista fuori, all'aperto.

Le gambe non le vidi mai, e tuttavia conclusi che le avesse, cogliendo un giorno un sommesso struscìo di suole sul legno della pedana.

 

Mi chiedevo come quando e dove andasse, se mai abbandonasse la sua eterna postazione. Se dormisse e mangiasse, e tutto il resto.

Due erano le possibili vie d'uscita, una volta che la stanza, che poi era un negozio, si fosse svuotata degli avventori.

In fondo in fondo a destra, dietro l'ultimo scaffale, seminascosta da uno scatolone più grande degli altri su cui era scritto PASSAMANTERIA, c'era una porticina a vetri goffrati e opachi, che appariva misteriosa e sinistra, perchè non veniva mai aperta e perché al di là non si vedeva che buio.

E forse conduceva ad una scala altrettanto buia, che a sua volta conduceva a qualche stanza buia anch'essa.

 

Ma c'era anche  un'altra possibilità, contemplabile solo nel caso che lei, dopo essersi liberata non so come della morsa del legno della sua cattedra ed essere scesa dalla pedana, uscisse dalla porta fin sul marciapiedi, percorresse un breve tratto verso la piazza,   girasse l'angolo a destra e facesse ancora una quindicina di metri, il che appariva un'eventualità davvero remota.

Dall’esterno, alzando lo sguardo, si poteva osservare che il negozio era sormontato da un altro piano, dotato di finestre, ma con le persiane sempre chiuse.

E qui, quasi al confine con la caserma della Guardia di Finanza, nel muro dell’edificio,  dipinto in tinte pastello e ornato di modanature, torelli, cimase e cornici d’inizio Novecento, come se qualcuno con un trincetto affilato, senza interrompere gli ornamenti architettonici,  avesse inciso l’intonaco, osservando bene si poteva, e ancor oggi si può vedere, ben occultata nel trompe l’oeil, una porta.

Poiché una porta, proprio in quanto porta, deve portare, quella strana porta induceva a chiedersi, più di altre porte, dove portasse. Pareva un preludio  ancora a scale e stanze buie.

Seppi solo molto in seguito, non per mia constatazione ma da più testimonianze indirette, che effettivamente la scala c’era, e buia, e conduceva a un luguberrimo salotto, anche se non so se tramite la porticina così proditoriamente  inglobata nel muro; il che comunque mi confermava che, come logica vuole, la cattedra con pedana era una postazione abituale, ma fortunatamente non perpetua.

Ma c’è di più.

Una mia carissima amica,  arrivata qualche giorno fa a Istanbul e immersa fin dall’arrivo in città nell’atmosfera affascinante del luogo, esprimendo il suo apprezzamento per l’arredamento di sapore euroottomano della sua stanza in hotel, si è sentita rispondere: “Sembra proprio la camera della zia Guglielmina!”.  Cosa singolare e che lipperlì ha smorzato un po’ gli entusiasmi

Denota però che tal  zia Guglielmina, così la chiamavano tutti anche se di sicuro era zia solo di pochi e prozia di pochi altri fra cui  il pronunciatario dell’osservazione di cui sopra, - e va da sé che è di lei, il mesto pechinese,  che ho parlato finora- , non solo lasciava la cattedra lignea per recarsi, si suppone,  nel luguberrimo salotto e in altre luguberrime stanze ai piani superiori, ma inopinatamente, malgrado l’apparente sedentarietà, poteva, come dire, fregiarsi  di una certa aura internazionale, financo mediorientale.

Riflessione similfilosofica: dunque l’immobilità a volte appare ma non è.

E che volevo concludere?

E che è questa storia sospesa fra estremo Oriente, medio Oriente e Europa?

E l'America, e l'Italia, già l'Italia poverella, e..e..? Va be' e l'Oceania allora, e l'Antartide?

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..

Non lo so, mi sono persa per strada.

Però la Guglielmina imprigionata  eppure cosmopolita per me ha un certo fascino, come il Prometeo incatenato. E fa volare non gli insulti, né gli schiaffi e nemmeno gli aerei, ma la fantasia sì.

Il che, coi tempi che corrono, non è poco.

annotato da elleelle 22:42 | commenti (27)

lunedì, gennaio 30, 2006

 

 'HUBA 

 

Leo va per mare, secondo il vento, secondo l’onda. Fronteggia la tempesta, gli alti muri d’acqua, le creste bianche; tocca il cielo, grigio o blu, rosa, rosso. E il rosso è il colore che più ama.
Leo accoglie la pioggia e brilla di sole, saluta delfini e gabbiani. Tende ad orizzonti conosciuti o immaginati e si lascia condurre, fra molecole liquide d’azzurro, di verde. Barche e navi gli sono familiari, familiare gli è l’acqua. E la fiamma. Il ferro che si forgia fra fuoco forza e clangore, e si tempra. Familiare gli è il calore del sorriso, ma anche le scintille della collera. Leo è flammeo, igneo, puramente adamantino.
Leo costeggia la penisola, va nei paesi che voleva. Tutti.
Poi attraversa il Mediterraneo, passa  Gibilterra e punta a ovest, per le rotte di Colombo. L’Atlantico non è abbastanza infinito per lui.
Lì però non era ancora arrivato. Alle Antille.
‘Huba, un sogno serbato a lungo.
Cuba è una parola di grande dolcezza, nella sua morbida pronuncia fiorentina. Se l’era lasciata per ultima, ‘Huba, nei suoi viaggi, non si sa se per timore di delusioni o di conferme.
Leo va dove avrebbe sempre voluto, davvero felice, e spiega al vento la sua bandiera, dai confini illimitati.
Per questo soprattutto c’è stato un denso momento di commozione, quando infine è partito, Leo, un istante dopo che dalla barca, ancorata al largo, consegnandole a un lieve maestrale, e al mare, abbiamo lasciato andare le sue ceneri.



annotato da elleelle 17:48 | commenti (13)

venerdì, gennaio 20, 2006

mani

Le mani in pasta. Sono le mani a metter mano alla farina nella spianatoia, ad aggungere zucchero e lievito, ad infarinarsi, come chi va al mulino; a darsi una mano reciprocamente, e una mano lava l'altra. E la mano sinistra sa sempre cosa fa la destra. Manodopera della testa, dell'anima, dell'invenzione, della fantasia; ma non mera manovalanza, piuttosto maestranze d'esperienza preziosa e dalle abilità innate .
Prendono, saggiano, scelgono, aggiungono, mescolano, impastano, danno forma. Toccano, pizzicano, percorrono, stringono, accarezzano, sentono e fanno sentire. Danno forma. Danno forma alla fantasia, al desiderio, alla passione, all'amore.
Un uomo e una donna: anche se non lo sanno ancora con chiarezza, stanno per fare l'amore; il desiderio, morbido e flessuoso, gli si è appena infilato di soppiatto fra i sensi e le emozioni, come una voglia di dolce, senza farsi riconoscere. Ma le mani lo sanno già, prima degli occhi, della bocca e del resto. Magari solo un istante prima, però prima.
Diventano trepide, poi impazienti; si cercano, cercano il corpo dell'altro, il viso, gli occhi, la bocca già semiaperta, percorrono il naso, le guance, gli occhi chiusi, la fronte, gustano i capelli, la nuca, il collo, trasmettono e raccolgono sensazioni morbide e forti, tenendo un filo diretto fra sensi e mente. Un po' tremanti, un po' invadenti. Esitanti, decise.
Saranno loro più di altro a condurre sapientemente il gioco d'amore. Instancabili nell'esplorare, indiscrete e impudenti, curiose, generose e avide, via via più padrone dell'odore, del sapore dell'uno, dell'altra. Violeranno di dolce violenza, teneramente proterve, giardini segreti, partecipi di inattesi capogiri, stringeranno con languida sottile crudeltà fino a soglie estreme, allentando la presa appena in tempo per volgere, in un attimo, un gemito di dolore in gemito di piacere.

annotato da elleelle 11:07 | commenti (6)

venerdì, gennaio 13, 2006

metaphorika

La voglia di dolce comincia quando il dolce ti si insinua furtivo e caparbio nella mente, e da quel momento esatto troneggia là autoritaria, nel campo rigoglioso e riposto dei tuoi desideri. Ne è l'apoteosi aggiungervi il pensiero - e il desiderio - di predisporre personalmente gli ingredienti, di maneggiarli , di mescolarli, di sentirne la consistenza, gli odori, i probabili sapori, ancor prima che sia pronto, di trasgredire ogni ricetta solita.
La fontana di farina del desiderio sarà allora un crogiolo di passione, la spianatoia il suo letto di carezze. La torta così fatta, prepotente e inedita.

annotato da elleelle 11:42 | commenti (3)

sabato, gennaio 07, 2006

 
 
 
 
 
neve
 
 
 
 
 
 
 
Il tramonto mi assale sempre, di rossi arancio gialli e viola, e mi cattura approfittando della sorpresa, benchè ogni sera. Sul mare.
Così la neve, di bianchi grigi e silenzi. La neve sul mare è però ancor più una sorpresa, come in Amarcord, e lo straordinario t’immobilizza e ti spiazza, poi ti smuove l’allegria.
Allora non volevo più partire.
Perché prendere sci e bagagli e andare in montagna quando la gioia è qui.
Parto sì, perché no, ma l’itinerario prende anse più larghe e morbide.
La spiaggia bianca, il mare verde, il cielo grigio con sprazzi d’indaco. A est i monti aguzzi gelati, e parto di là, virando a sud. Le colline dolci di vigneti spogli e macchie d’olivi, i paesi arroccati da un familiare medioevo, o spuntati da una pittura rinascimentale. Un’osteria fra la neve , in cui mangiare al fuoco del camino.
Ecco, ora posso andare più a nord. Più in alto no. 

annotato da elleelle 23:55 | commenti (3)

mercoledì, dicembre 21, 2005

 
 
 
MOKA
 
 
A parlare di caffè - e quando la voglia mi prende, quando mi alzo di botto e il desiderio sta per farsi atto, e si accende di profumo intenso- mi viene sempre in mente lo straordinario monologo di Eduardo De Filippo sul balcone di “Questi fantasmi”, col rito sensualissimo della preparazione con la caffettiera napoletana. Preparazione lenta, attenta ai particolari, per accontentare sensi e anima, alimentando il desiderio con l’attesa.
La caffettiera, per com’è fatta e per le sue stesse modalità, ha un qualcosa di intrinsecamente sensuale.
 
Prendiamo una semplice moka, per esempio; vita stretta, fianchi e busto ampi , braccio arcuato, beccuccio proteso da baci intensi. Un suo personale e persistente odore .
Delicato deciso.
Se si combina col fuoco, scaturisce un’intesa conturbante. Un fascino perverso.
Si mette l’acqua, la polvere bruna nel piccolo imbuto, si avvita. E si sta lì ad aspettare ansiosi, sbirciando senza parere, ché se putacaso se ne accorge ci mette un’eternità, o può accadere che si blocchi.
Come in amore. Non si può far fretta, controllare, forzare. Non si fa l’amore per forza. Né il caffè.
Tutto con i suoi tempi, la sua naturalità.
E intanto ci si predispone voluttuosi all’immediato dopo.
 
La caffettiera è sulla fiamma, già caldissima.
Sibilanti sussurri, sinuosi sussulti, un mugolìo sommesso, un borbottìo indistinto, in crescendo inarrestabile. Profumo che si spande avvincente.
Fuma, soffia, bolle.
 Geme con voce roca, coniugando un perfetto e stretto intreccio di maschile e femminile. Ancora bolle e bolle e bolle, sempre più intensamente.
Finchè sembra scoppiare e con gran fragore tutto il caffè sgorga violento all’improvviso, come in un orgasmo liberatorio.
La caffettiera piano piano si placa, col respiro affannoso, il fiato grosso.
Con soddisfatto gorgogliare , attraverso il nastro morbido e caldo del caffè che scende, s'incontra con la tazza, ad accarezzare la dolcezza dello zucchero.
 
Ecco: caffè per due.
Non è che il caffè non fa dormire? No, non credo che non dormiremo.
Ma semmai dopo. Dopo.
 
    

annotato da elleelle 17:50 | commenti (17)

lunedì, dicembre 19, 2005

fili

Ero in treno.

Cioè: non c'ero veramente, ma con la testa ero già al viaggio. Breve di tempo e di spazio, ma importante. Chissà quando. Nel finestrino corre in moviola il filo colorato del paesaggio, il treno ingoia il filo diritto delle rotaie.

 E di filo in filo, per analogia e per associazione di idee, la mente ha vagato spontanea e libera a metà fra pensare e sentire.

fili

fili di seta
sul filo del ricordo
al filo di lana  del traguardo
un filo di perle
con un filo di voce
dà del filo da torcere
ed è un  fil di ferro
a filo del muro 
che ti passa a fil di spada
dolce
filo di miele dal cucchiaio
un filo d'olio
ortogonale come filo a piombo
un filo di speranza
e per filo e per segno
tutto è legato a un filo
………………………………….
 
Sai, ho perso il filo.

...........................

Vivere è un fil rouge.

L’amicizia ha fili caldi. Dolci.
Liane, tessuti morbidi, collane di perle, coralli e qualche volta turchesi, diaspri sanguigni, cristalli. Annodati. Capelli da accarezzare.
 
"Felicità raggiunta, si cammina/ per te su fil di lama".

In amore c'è un filo sottile, impalpabile eppure tangibile, che tiene l'intesa di sensi e sentimenti; si fa gomitolo morbido, si fa matassina arruffata, rocchetto fitto,  zucchero filato.
Si fa parole sospese, attesa impaziente, stretto legame, instabile equilibrio sulla fune , corda tesa di violino, refe di seta sul punto di spezzarsi, inestricabile groviglio, vischiosa ragnatela.

Ciascuno  ne tiene dolcemente ma saldamente un capo, nodo marinaro, non sa come.


annotato da elleelle 12:34 | commenti (14)

lunedì, dicembre 12, 2005

 
 
 
I II III IV V VI VII VIII IX X XI XII
 
 
 
C'era un grande orologio da parete nella casa dei nonni, quando ero bambina.
Tutto era grande in quella casa, e ancor più era grande perché io ero piccola.
L'orologio era appeso sopra l'architrave di un arco a due centri che si apriva fra la cucina e una sala da pranzo buia, con una piccola finestra su un cavedio.
La cucina era grande anch'essa, a forma di elle, con i soffitti alti. C'era un enorme tavolo di servizio col ripiano di marmo bianco e grigio, un bancone di legno con un ceppo di coltellacci minacciosi , una porticina che ogni tanto aprivo piano piano, col cuore in gola, fra scricchiolii sinistri, e che dava in un sottoscala scuro, zeppo di oggetti sconosciuti, con un vago afrore caldo di muffa e di intonaci sbollati.
Non accendevo la luce per gustarmi la paura.
Ma tutto in quell'ambiente  attraeva e insieme  faceva paura.
Specialmente di pomeriggio, quando la cucina era vuota e la grande casa sembrava deserta.
Seguivo l'attrazione e la curiosità, assecondavo la paura e la sfidavo.
Salendo su sedie e sgabelli esploravo scaffali e stipetti, scoprivo roba da assaggiare, odori nuovi in cui dominavano le note forti e anaciate del legno antico, andavo alla conquista di scatole di latta piene di dolci, trovavo cristallerie e stoviglie desuete.
Spersa nella grandezza dell'ambiente disseminato di ombre e di arredi incombenti, ascoltavo i suoni propri della casa, perché lì, nel suo intimo più intimo, lontano dalla strada, non arrivava alcun altro rumore.

tac tac tac tac tac tac tac tac tac tac tac tac
tac tac  TACTACTACTAC....

L'orologio sull'architrave non ticchettava, ma tacchettava, TACCHETTAVA con incalzante incedere.
In crescendo, pareva; e pareva di tac in tac divenire più forte, più veloce, sempre di più, di più, di più; finché dominava e paralizzava tutta la stanza.

Tac tac l'orologio, tac tac il mio cuore, ambedue sempre più rimbombanti nel silenzio.

A volte mi prendeva un attimo di terrore.
E scappavo via.
Prendevo la porta della corte, salivo le scale che portavano alla terrazza da cui si vedeva là in fondo il mare, più vicino il canale, e il porto, con le barche all'ancora.
Tiravo un gran respiro di aria salmastra, mi facevo accarezzare un po' dal vento, con gli occhi chiusi; poi li aprivo, facevo il pieno di azzurro, di spazio, di luce.
E di corsa tornavo giù.
Rinfrancata ma con quella leggera eccitazione che prende nell'affrontare scientemente qualcosa di pericoloso.
Prendevo atto che la cucina non era proprio buia, per effetto del lucernario che trasudava una morbida luce fra il bianco e il giallo, il cui tronco di cono allargato, o meglio piramide, stampava poligoni luminosi sul pavimento e irraggiava l'intorno.

Ma ancora dominava il cupo tac tac.
Ora però non più tanto cupo e incalzante.

Man mano che gli occhi  si adattavano alla penombra, distinguevo sul quadrante rotondo, bianco, le lancette apparentemente ferme delle ore e dei minuti, e quella dei secondi, in movimento perpetuo, scattoso, a tempo con il tacchettìo; procedeva rapidamente, e infine - ma a volte  sembrava ci mettesse un'eternità- arrivava di colpo al XII, provocando un improvviso scatto della lancetta più lunga; e se eravamo allo scadere dell'ora, anche di quella più corta.

Gradualmente mi riconciliavo con la grande cucina, con la grande casa vuota, con il buio, con la paura e con il coraggio.
E di volta in volta acquistavo il senso del tempo, imparavo ad ascoltare me e le mie sensazioni, a comprendere la luce, lo spazio, le cause, gli effetti.
Intanto un po' crescevo.

Ancora mi capita spesso di sognare la vecchia cucina e l'orologio coi numeri romani appeso sopra l'architrave.
E ancora adesso sento il suo tacchettìo distinto.
Un battito forte di cuore che rimbalza nel silenzio attorno.
 
 
 

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mercoledì, dicembre 07, 2005

 

sine verbis nec humanis neque caninis

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martedì, dicembre 06, 2005

 

sine verbis

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martedì, novembre 22, 2005

 

GENIUS LOCI

 

La casa in collina ha uno spirito dentro.
Un suo spirito.

Pare che i paesani abbiano sempre detto, con aria circospetta, che lì c'era un fantasma, non malefico, ma semmai dispettoso.
Si diceva che facesse sparire attrezzi e oggetti, per poi farli ricomparire in posti diversi a distanza di tempo, e che facesse sentire i suoi passi strascicati sulle assi dell'impiantito di legno antico ai piani superiori.

E a me era venuto il pio desiderio di un rustico fra monti e mare; passavo il tempo libero a cercarlo, le domeniche i sabati . Però quanti ne vedevo tanti non ne andavano bene. E troppo piccolo e troppo grande, e brutto, e diroccato, e troppo nuovo e troppo vecchio e senza vista mare e sovrastato da monti e troppo immerso fra i colli. Solitario. Assediato dalle case. lI vicino potenziale invadente, si vedeva già.
 
Ma insomma, lei davvero vuol comprare un rustico?
Sì che lo voglio, ma lo voglio simile a me, o complementare o affine o intrigante.
Ma che vuol dire?
Non lo so. Cioè, lo so io. Non è mica facile da spiegare, e tu sei un mercante, qui, magari altrove no, chissà quali emozioni ti squassano il petto, ma qui sì. Che vado a spiegarti, ché qui non capiresti.
 
Lo volevo da scintilla d’amore, però finora niente scintille, neanche una fiammella tremula. Sentimenti tiepidi. Massimo “Be’, carino”; tiepido anche quello.
 
Eccoti che ti arrivo al paesino, quello dove la voce sullo spirito andava per libeccio e grecale, maestrale e scirocco e aleggiava ormai costante intorno alla casa.
Sì, c’è questa.
La chiave stride nella serratura, la porta scricchiola, la luce è saltata. Una goccia implacabile picchietta da qualche parte, nel silenzio mosso appena da improvvise correnti d'aria, lievi, brevi. Come da copione.
Il paesano al seguito coglie tempestivo il brivido presunto e sibila piano la storia del fantasma.
E ci mette dentro più certezze che ipotesi, generoso di particolari.

Massicci muri di pietra. Pergolato verde di uva fragola profumata , nocciòlo, noce, piante aromatiche all’incrocio dei venti ad incontrare il mare, odori densi mischiati.
Olivo, quercia, siepe incolta di bosso, terrazze di erbe selvagge. Cinque piccoli alberi di amarene in fila perfetta. Corbezzolo, zizzolo, nespolo.
Striscia d’acqua, striscia di cielo, laggiù ma sembra qui.
Si oltrepassa la soglia. Mi aggredisce un sentore forte di legno nella semioscurità dell’ingresso sovrastato da travoni di castagno.
C’è una scura porta, spessa, con uno spioncino, e al di là un ripostiglio buio. Un frullo come d’ali, uno scorpione nero sul muro a calce, una ragnatela grande nell’angolo, dove comincia la scala di macigno grigio, povera e poderosa.
 Due stanze una dietro l’altra, intime, raccolte, con un camino annerito da anni di gente attorno al fuoco a chiacchierare, a cuocere castagne, a scaldare l'acqua, a bere vino.
 
La scala domina la casa e dice Sàlimi e si sale appoggiandosi ad una ringhiera esile e contorta di rami d’albero scortecciati.
Due rampe grigie e due pianerottoli di mezzane rosse, sormontati al culmine, al di sopra di un altro piano ancora,da una soffitta di assi sospesa come un capanno di caccia sugli alberi.
Lì, due stanze telescopiche, una dietro e quasi dentro l'altra.
Lì il cuore della casa.
C’era una specie di respiro, un soffio vitale, e dappertutto tracce di un passato quanto mai presente.
 
Ma sì, l’equivoco era squisitamente linguistico.
Lo spirito non era un fantasma,  era il genius loci, l'anima, lo spirito della casa.

Il fantasma insomma non esiste, non esiste no. Non esiste mica.  
Ma ad ogni buon conto un soffio all’orecchio mi sussurrò che si chiamava Ugo.
Quando c’è gente a cena Ugo è sempre invitato e ogni tanto mi sparisce qualcosa, una volta anche un coltello di quelli che di solito si trovano piantati nella schiena di qualche personaggio di Agatha Christie, e non s’è più ritrovato.
 
Però la casa è piena di fascino.
Tu apri la porta, pervaso dai profumi, e l’emozione ti prende.
Spalanchi le finestre e la collina e il mare e il cielo ti entrano e ti serpeggiano dentro, come il geco sul muro di pietra, che acchiappa una zanzara.
Così il tuo cuore.

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martedì, novembre 15, 2005

 

 

 
 
  SCALE
 
 
 
 
Nella mia famiglia proliferano, per una sorta di nemesi storico-genetica, gli architetti.
Sicchè muri maestri, intonaci, architravi, scale, ringhiere e affini sono sempre stati in casa pane quotidiano.
 
Quand'ero bambina sentivo sempre dire a mio padre che la scala era il punto nodale di un edificio; se in un palazzo ad appartamenti, perchè doveva essere funzionale ed ampia senza togliere spazio abitativo, se in una casa singola, specie di un certo tono, perchè doveva costituire un elemento decorativo dominante e dare, fin dall'ingresso, un'impronta, a seconda dei casi, di elegante o comunque decisa personalità all'abitazione.
E poi perchè costituiva una discriminante e un elemento fondamentale per la distribuzione degli spazi attorno.
Così diceva che, se la costruzione pratica partiva dalle fondamenta per poi proseguire monotona mattone su mattone, la fase progettuale nasceva nella fantasia e si sviluppava con pirotecnia creativa intorno alla scala che, nel suo gioco di vuoti e di pieni determinava l'equilibrio della volumetria complessiva.
 
Così una casa, come un figlio nel ventre materno, nasceva in primo luogo nella testa del suo ideatore, e lì cresceva e si sviluppava, come un essere dalla sua base di DNA, attorno al suo interno più intimo, ad un nucleo centrale, appunto la scala.
Poi, come seguendo un procedimento induttivo, l'idea veniva data alla luce, elaborata in forma di progetto tecnico, tenendo conto dell'area a disposizione, degli spazi e della loro suddivisione, delle necessità abitative, delle aperture ; fino alla fase finale, quella della costruzione, che, contrariamente all'intuizione creativa, partiva da un punto inizialmente trascurato, le fondamenta.
 
Andando avanti col tempo, mio padre ritenne di dare sempre maggior spazio, nell'elaborazione dei progetti, al contributo dei committenti e maggior considerazione ai loro desideri e pensieri , stabilendo con quelli rapporti personali anche stretti; perchè la casa doveva esser figlia anche di chi l'aveva voluta, immaginata e, attraverso l'abitarla, le avrebbe dato l'emprinting determinante.
 
Ma la scala restò sempre e comunque l'elemento principale da cui partire.
 
La ringhiera, diceva mio padre, era implicita nella scala, una parte integrante dal valore strutturale e funzionale, ma essenzialmente complemento estetico.
 
Non doveva separare nè precludere, non creare un confine manicheo fra opposti, di cui uno negasse l'altro; semmai creare un senso di continuità fra volumi vuoti e pieni e renderli del tutto armoniosamente complementari.
Come un'appendice integrata della scala che ne esaltasse l'andamento verso l'alto.
Perchè all'alto si doveva tendere, e al bello.
 
Questo a lungo andare si confermò come concetto filosofico di vita.
 
Quell'idea di scala e di ringhiera si sviluppò sempre di più, si articolò più variamente verso soluzioni nuove e sorprendenti; lì si apriva un pianerottolo, là un arco, un ripostiglio, una stanza inaspettata, un improvviso punto di luce verso l'esterno, una terrazza. E alla ringhiera, elemento di apertura, ci si poteva accostare per guardare alla base della casa, o anche in un giardino, o in un cortile.
Insomma, mio padre diventò uno specialista di scale, con la loro brava balaustra, dei più vari materiali e forme.
E continuò a dire che inventarsi una casa era un po' come mettere al mondo un figlio, sempre partendo dal suo dentro, e per ultimo l'involucro.
 
E se lo diceva, possiamo crederci, perchè in vita sua ha progettato case straordinarie.
 
Quanto ai figli, invece, non saprei.
 

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venerdì, novembre 11, 2005

 
 
 
 
INTORNO ALL'IMPARARE
 
Una parente di zia Titti, alla lontana peraltro, aveva un Bambino così impettito che persino a Monsignor Della Casa avrebbe strappato un "ohhh" di meraviglia, un Pastore Maremmano così ben istruito che aveva una vera biblioteca di ovinologia, un Gatto così manierato che mangiava i croccantini -firmati- con le posate da pesce.
 
Tutti mirabilmente "imparati"; secondo le loro specificità, s'intende.
Così s'aveva da fare. E si faceva. Compresa la riprovazione per i diversi.
Ci mancherebbe.
 
La Parente- Alla- Lontana percorreva gongolante i lustri corridoi di casa specchiandosi nei lustri vetri e constatava che tutto era lustro e a posto. Nell'unico modo in cui poteva  –e doveva - essere.
La morbida filosofia di zia Titti, quella del "fate le cose ammodino", per la Parente-Alla-Lontana non era un'esortazione o un'aspirazione, ma un diktat.
Un imperativo categorico. "Due cose riempiono l’animo di nuovo e crescente stupore e rispetto […] , il cielo stellato sopra di me e le cose ammodino che dentro di me danno la legge"...era così, no?
...anche se il cielo stellato lei lo guardava con occhio distratto, e solo perché espressione di kosmos, ovvero ordine, e anche se lei non ne aveva la minima idea, come del fatto che fosse esistito un tizio di nome Immanuel che aveva scritto più o meno quella frase lì, del resto.
E poi mancava l’omissis, […]   : “quanto più spesso e con cura la riflessione se ne occupa”.
Di riflessione neanche a parlarne, se non di quella dei pavimenti tirati a cera e dei vetri tanto detersi da rischiare di sbatterci. E ogni tanto qualcuno ci sbatteva.
Insomma: ecco che un giorno vede nella vetrina del negozio di animali una magnifica Gracula. Gracula Religiosa, ovvio.
Non sapeva che si trattava di un Merlo Indiano-Di Seconda Mano (come anche la rima suggerisce ); se no, dioneguardi, non l'avrebbe comprato.
Da tabula rasa deve partire l'imparamento!
 
Una volta a casa della Parente-Alla-Lontana, il merlo indiano stette in ostinato silenzio per un po', vuoi per salvaguardare il suo retroterra culturale vuoi per rispetto di sé, ma poi il diuturno e costante ammaestramento cominciò a produrre il suo effetto.
 
Ah che bello, che bravo 'sto merlo indiano!
 
Piumette nere tirate a lucido, becchetto aguzzo senza mai una briciolina di cibo residuo, nella sua gabbietta spolverata e lustrata che non era una prigione, macché, ma un aristocratico dorato isolamento.
La Parente-Alla-Lontana lo preparava alle Mostre Merline, lo addestrava al riporto, lo conduceva due volte a settimana dall'istruttore graculofilo, curava che avesse il portamento eretto, la coda dritta, che stesse al passo, gli faceva fare un accurato stripping periodico, lo portava dal dentista.….
…come?...i merli non hanno denti?
Sì che li hanno!
E insomma è ininfluente, lei ce lo portava.
 
Imparò a dare la zampina, d’un luminoso arancione, a fare la capriola, a portare le pantofole e il giornale –mica tutti, si capisce, solo certi - , a ubbidire al comando "seduto!"- ma lei diceva "sitz!!!" -, non abbaiava mai, e nemmeno fischiava, o gracchiava, per l’amor di dio che volgarità!
Imparò a dire, quando qualcuno entrava in casa, "buonanotte!", anche se era mattina (non riuscì a fargli dire "buongiorno", né “arrivederci”, pazienza, a tutti i poeti manca un verso), pure con un' intonazione che ad un orecchio attento sarebbe suonata vagamente ironica; imparò a pronunciare chiaro e forte il proprio nome, o meglio quello che gli avevano attribuito, anche se, per una sorta di ribelle reticenza, lo faceva nei momenti più impensati; la sua vocetta da ventriloquo ripeté e ripeté, per tanto tempo.
Imparò un mucchio di cose, insomma.
 
Ma quando lei volle un giorno che imparasse il comando " a cuccia! " e che, nell'eseguirlo, dicesse " ARF! " , qualcosa d'antico, un po' di atavico un po' della "prima mano", da cui aveva avuto qualche dritta inopinatamente volta al senso critico  - era pur sempre un Merlo Indiano-Di SecondaMano - lo riscosse dall'acquiescente torpore...
 
 " Maremma buhaiola!!!  (era indiano, sì, ma solo di origine, però nato in Toscana, da genitori uno di Montepulciano una di Poggio a Caiano, che fanno rima con Indiano) o icchè llè?
Fra un po' la m’impone il “Manuale del perfetto Balilla”, il “Galateo”, gli ultimi libri della Fallaci e poi magari l’ “Agiografia di S.Patacconi”, tutta la collana Harmony, i best sellers di Bruno Vespa, il TG4, le mutande griffate, dontouchmybreil, e poi...?
Cui prodest? (era un merlo non digiuno di latino e lui qui voleva significare sia "a chi giova?" sia "a che serve?").
Io ho imparato un buscherìo di roba ma un c'ho hapito un'acca, un c‘ho hapito; un ho hapito icchè vol dire e nemmeno a icchè serve.
Marianna zoccolaaaa!!!!!!!! 'e un ci sto più! "
 
Era un merlo per niente stupido -come si può arguire-, né apatico, né superficiale, e neanche convenzionale, in fondo all’anima, benché “imparato”.
E nemmeno -e anche questo è chiaro- voleva non capire.
Eppure aveva imparato una quantità di cose senza capirle. Né compreso né appreso.
Era stato un travaso con l’imbuto.
Con la forchettina da ostriche AG800 placcato oro forzò lo sportellino della gabbia, fece un fischio  a gola spiegata – finalmente! - ai suoi compagni di sventura e se la filò dalla finestra.
Cieli, sole, nubi, luna, pioggia, foglie. 
 
 
E il bambino, e il gatto, e il cane?
Afferrando al volo gli strumenti appena porti dal merlo, e finalmente capendo, dopo aver tanto imparato senza capire, il bambino dette forfait, bussò alla porta di un’illustrazione di un libro scovato in soffitta e gli fu aperto, il gatto disdegnò croccantini e posate da pesce, e rammentando d'improvviso la proverbiale indipendenza felina prese la via dei tetti.
E il cane, che già, essendo un pastore,  aveva una discreta cultura di base , come solo contadini e pastori hanno, e pure una latente autonomia intellettuale, ed essendo altresì maremmano, ma proprio al confine col Lazio, disse: " Ahò! che semo 'mbriachi? Te pòssino! D'ora in poi pecore vere, e ben venga anche qualche pecora nera ".
E aderì al nuovo corso.
…………………………………………………………………………………………………..
 
ma guarda tu che mi viene in mente in una giornata di straccatura, come si dice al mare, con un bel cielo sereno fra nuvoloni a mare e a monti, e una burrasca di vento e acqua alle spalle...quando si dice instabilità meteorologica...
 
 

annotato da elleelle 23:26 | commenti (8)

mercoledì, maggio 19, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

F A L L A C E C E L E S T E

 

 

 

-il celeste è fallace, è fallace anche il blu, l’azzurro, il turchino il turchese –il turchese di meno, c’è una punta di giallo, come la luce, e a sua volta contrasta la luce- , il bluette anche, ma più di tutti il celeste,quello puro, celeste puro, fallace celeste-

 

e indugiava sull’iterazione del fonema ‘CE’ , ‘fallaCECEleste’, dolce e strascicato nell’accento toscano, così dolce come in ‘bacio’.

E di più in ‘baci’, che assomma la dolcezza della pronuncia all’idea, ma in un’imprecisata molteplicità, da immaginare e modulare  ad libitum. Come sullo spartito musicale di una passione. C’era  – c’è -  una languida sensualità in quelle due parole saldate strette dal bacio di  due molli ‘ce’,e così concatenate in segmenti snodati e sinuosi come un serpente, in andamento sinusoidale ad onda, e onda e onda e onda. Dietro onda. Serpente.

 

-         si stria di bianco alla luce all’acqua, si scolora; soffre, il celeste, se non lo si tratta con cura. Tu ti trovi con un ricordo azzurrino a strisce irregolari –

-         però, può sembrare un batik, un gioco di sfumature-

-         no, no. NO. E’ solo scolorito, snaturato

 

fallaceceleste, baci fallaci, baci audaci, voce cetacea, braci voraci, baci rapaci,  mendaci, micicinesi, fallacfeliciciglia, mipiaci, non mi piace invece la fallaci, tu però mi baci, mi piaci da baci. Dolci baci, fugaci rapaci voraci. Come braci. Ardenti veraci.

Loquace taci.

 

Lei, mia nonna, si riferiva per accidente in quel momento a un colore, a un abito, a un tessuto.

Ma non era un’osservazione accidentale. Piuttosto universale.

 

- succede che ti capiti fra le mani un bellissimoceleste. Tu maneggialo con cura, il celeste, ma sempre. E’ delicato il celeste, in amore, nella vita, e quello del cielo, e dell’acqua; già, sempre.

 

Fallaceceleste.

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lunedì, aprile 12, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

blu

 

 

 

 

Io di questa prozia Armida non ne sapevo niente. O quasi.

Ricordo una casa –forse avìta, forse bella, un po’ imponente, questo sì, di cotto senese- in mezzo a una campagna verde con fiori gialli, di rape mi dissero, in quella lontana forse primavera.

C’era un’altana, ma allora non sapevo che si chiamasse altana, al massimo mi pareva una torretta con aperture su tutti i lati, da cui non si vedeva, da ogni lato, che campagna.

Anzi, da una parte una collina come spazzolata, macchiata di arbusti secchi e contorti e di foglie più scure.

Uva? Uva. Lo so adesso per certo.

Che poi oddìo, quando la vidi non era uva ancora.

Era una promessa tra foglie larghe.

Continuo a pensare che fosse primavera, e dunque l’uva era ancora da nascere, ma si prevedeva, è probabile. Infatti ricordo quest’idea dell’uva. Un'idea.

 

E io dall’altana già esercitavo il mio vizio della fantasia, che per sempre mi avrebbe accompagnata.

Così non solo campagna vedevo, né solo collina, la collina non vicinissima ma vicina.

Vedevo fiori e alberi, e strade e paesi e città e animali e gente. Il mare, del più blu dei veri blu.

Poi non tanto fantasia, perché al di là di prati ed erba e colline e magari monti ci sarà stato pure il mare da qualche parte, e di sicuro c'erano fiori alberi strade paesi città animali gente. Con tutta tutta la loro vita; e a pensare a tutta questa vita a un certo punto la testa mi scoppiava.

 

Ricordo allora di essere scesa dall’altana per scale di penombra, di aver ritrovato la luce, di aver accarezzato un cane enorme, giallo e nero, con occhi bellissimi, di aver camminato lungo una vasca d’acqua in cui immersi nel camminare la mia mano che fece una scia d’argento, mentre il cane giallo e nero con occhi bellissimi mi seguiva da vicino, lento; di aver preso un fico, che mai e poi mai avrei sentito un fico più dolce. Era verde, dentro rosso.

Di aver visto foglie tènere su più d’una pianta, fiori gialli e blu fra l'erba, d’aver odorato finocchio selvatico ed erba cipollina, salvia, rosmarino, lavanda. Profumi che ho realizzato più tardi.

Di essermi seduta su una panca di pietra a lato di una scultura di foglie a guardare la casa rossastra e color sabbia chiara, allargata comodamente più su, fitta di finestre come specchi sul cielo, sormontate da un triangolo a rilievo, e in mezzo alla geometrica simmetria una scalinata larga che conduceva ad una porta grande, verde scuro, spalancata e seguita da una seconda porta a vetri.

 

Qualcuno mi chiamò.

Salii la scalinata, passai la porta verde e quella a vetri.

La sala era ampia e fredda, di un particolare freddo avvolgente di fascino subdolo che già avevo sentito scendendo le scale dell'altana, e come lì vi si mescolavano odori noti e sconosciuti di umidi anfratti tagliati da spicchi di sole caldo; pareti affrescate di paesaggi immaginari aprivano una fuga prospettica tra colonne verso una meta misteriosa, con pergolati di glicine, statue e fontane.

La tavola era apparecchiata di giallo, le stoviglie bianche.

Mangiai pane e burro, miele; una marmellata asprigna quasi blu. E formaggio a fette sottili. Bevvi latte in una tazza bordata di verde.

 

Dopo tornai sull’altana, e stetti seduta lì non so quanto tempo, finché vidi il sole giallo, e poi rosso, dare spazio al viola e al blu. Come di consueto un lampo mi portò a galla il desiderio del mare nel blu morbido. E credetti di vederlo, là in fondo, fra lo squarcio di nubi irraggiate di luce d'oro e poi ingollate dal blu, ora profondo.

 

Non mi scordai più tutto questo.

Ma della prozia Armida non conservavo quasi memoria.

Chi andava a pensare che non avesse figli, e nipoti pochi per non dire punti. E che poi io, invece, le fossi rimasta tanto impressa.

Così la prozia Armida, che era stravecchia, credo centenaria, si è ricordata di me ; non come io di lei.

Non ho voglia di questionare, ma credo che avrò a che fare almeno con un paio di biscugini. Però sono disponibilissima a trattare, morbida come il blu. Domenica sarò là, e sarebbe imperdonabile non condividere a piene mani prati, collina, paesi strade e città, blu, marmellata e fantasia.

So anche, adesso, che al di là della collina c’è davvero il mare, e dall’altana, guardando bene nei giorni senza foschìa, si può vedere.

Così il tramonto. Giallo, rosso, viola.

E blu.

Il blu, sì, è quel che più ricordo, anche se forse era di altri colori e se non si trattava solo di colori. Ma che importa...e del resto, anche quella primavera era veramente primavera? quel fico così dolce, che mai e poi mai avrei sentito un fico più dolce, se anche fosse stato un frutto precoce, pare un intruso d'estate tra lavanda in fiore e uva ancora non-uva.

 

Ma allora, quella primavera era veramente primavera? Sì.

Ed era blu tutto intorno.

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martedì, febbraio 10, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

così

 

 

 

 

 

E così ci siamo innamorati.

 

E così le parole e i sensi ci hanno preceduti, noi ignari o consezienti. Chi potrebbe dirlo?

Ignaro e conseziente alla fine coincidono, tal quale tutto e nulla.

E gli effetti sono questi. Ci siamo innamorati.

Di quell’innamoramento che è etimologicamente andare incontro all’amore, eppure nessuno sa se lo si guadagnerà mai, ma si procede inerti o caparbi per quella strada selvaggia sassosa e rutilante con pura esaltazione, con pura inconscienzia, volendolo in un angolo profondo dell’anima, e rifiutandolo.

E rifiutandolo, e volendolo.

Volendo. E rifiutando. Con pari ritmo e pari determinazione.

Fuggendo cercando.

Penetrarsi e ritrarsi. E penetrarsi. Con dolce violenza.

 

Che l’uno neghi pavidamente o l’altro affermi con coraggio, niente può togliere alle voci quella ostentata baldanza e quel tremore sotteso, niente alle mani quel contatto leggero e denso, niente al cuore quel pozzo senza fondo in cui tuffarsi.

E così – l’uno disse “io l’ho voluto ” , l’altro “come non saprei” - , così ci siamo innamorati, nulla da dire.

 

Nulla da dire.

 

Così.

Solo un po' felici un po’ disperati.

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sabato, gennaio 03, 2004

 

 

 

 

viaggiare

 

 

 

 

Finestra sui tetti un po’ bohémienne di maniera e bateau mouche tutto mio che scivola verso l’Ile de la Cité, ma io penso piuttosto al mare, e a quando l’acqua del fiume lo incontra, e continuamente gli si mescola, dolce salata, in quell’ultimo tratto.

 

Il mare che io penso è però l’altro, dalla parte opposta, almeno credo, ché se lascio andare il mio pensiero quello se ne va libero senza alcuna regola, trascinando anche me in vortici aerei ed acquatici, sabbiosi e nevosi e di non so quant’altra materia e quale, di colori di tutti i tipi, di profumi della memoria o mai sentiti.

 

Non ne so niente, tutto è scoperta. Punti cardinali zero, che già sono una convenzione. Ma neanche sotto e sopra, o di qua e di là, destra sinistra, di lato, accanto, dietro, su giù.

Ne ricavo una sensazione di vertigine gustosa e trasgressiva, e perfino la finestra sui tetti un po’ bohémienne di maniera diventa ininfluente.

 

Non so da dove parto, in questo sovvertimento totale, né dove sto per andare o dove arriverò.

 

 

Ci pensavo già oggi, passando da una vivace Rue Mouffetard familiare in altri giorni  a un’ Ile Saint Louis con intorno il fiume.

Sola d’improvviso, benché non sola, con in mano un glace Berthillon all’apparenza fuori tema,così freddo nel freddo dello sfocio dei venti. 

Il mare più avanti, la certezza del mare.

 

Ci pensavo già oggi, in quello sprazzo di padronanza del pensare; ma era ormai chiaro che il mio pensiero aveva voglia di volo autonomo.

E quando in un attimo è arrivato al mare che poi era un altro mare percorrendo un fiume che poi era un altro fiume, ho allentato il guinzaglio, e piano piano l’ho lasciato andare. Poco poco, dolcemente, ignorando condiscendente i suoi strattoni.

Io trasportata, lui tappeto volante, o bateau mouche  o chissà che altro, in un dipinto animato di Chagall; io sinuosa e aerodinamica, azzurra fra azzurri rossi gialli angeli ali e nubi.

 

Il fatto che venisse con me in volo per un tempo imprecisato un tizio che era nel vicolo sulla mia traiettoria, in modo forse del tutto casuale  forse no - ma d’altra parte c’era lui lì, e in quel momento, con quei begli occhi intelligenti, scuri, che hanno incrociato i miei, e non avrebbe potuto esserci nessun altro, appunto lì e in quel momento, visto che i momenti sono unici e tutto scorre senza ripetersi mai- , questo fatto, dicevo, mi è parso normale.

Anzi ero certa che si chiamasse Laurent. Aveva faccia e occhi da Laurent, testa arruffata, una sciarpa blu svolazzante adatta per andar per cieli o mari o dipinti e indicare il vento.

 

Stasera però, di capriola in capriola, a furia di rincorse girandole salti picchiate, il fantapensiero ha esagerato.

Una gamma articolata di fiumi e mari, e poi si è volto verso casa.

 

Dall’antico lastrico ha oltrepassato il portico e, notati a margine i Jardins du Luxembourg, mi si è aperto davanti, come ogni volta intatta sorpresa verde in mezzo alla città,  il dolce declivio del Giardino di Boboli, che non so mai se sia sogno o realtà.

Ha preso le scale, ha imboccato il Corridoio Vasariano, percorso a piedi velocemente ma con onirica lentezza il cotto antico, lustro e caldo di rosso, tra  gli autoritratti ormai noti, senza alcun rumore, con naturale attenzione.

 

Sopra le botteghe di  Ponte Vecchio il pensiero si è fermato qualche secondo.

Ha scrutato il fiume con l’emozione solita, con l’ansia solita di verificare ancora il senso della corrente. Per sapere sempre con certezza dov’è il mare.

Qui  il  paesaggio si è di colpo arrotolato e fatto da  parte per dare spazio ad uno squarcio di acqua immensa, e sopra, un’uguale striscia ma di azzurro più chiaro.

Dal corridoio la teoria di finestre ha poi scorso quel pezzo di città e altro ancora; tutto anzi, tutto quanto c’è di bello da vedere e da amare in questa, ancorché non proprio lì e visibile da quella postazione, in fotogrammi conseguenti da grandangolo.

 

Nessun rumore, né suono.

Città muta, però odorosa di odori conosciuti. Come se solo alcuni sensi volessero mettersi in gioco, e concentrarsi, per sentire con più intensità e puntare diretti all’anima.

 

E’ arrivato agli Uffizi, e lì si è soffermato, beandosi di sale e gallerie e presenze silenziose.

 

Scese le scale, varcato il portone, Piazza della Signoria.

Accanto, Place Pigalle.

 

E Laurent? Dove sarà Laurent?

Magari a una finestra sui tetti un po’ bohémienne di maniera.

 

Fiumi, mare.

 

Domani torno a casa.

 

 

annotato da elleelle 03:37 | commenti (3)

mercoledì, ottobre 22, 2003

ABLIBLOCOS-

 

 

 

Segni lettere parole, poi unite a formare frasi periodi poi ancora concatenati e i pensieri espressi che prendono forma e si dipanano si srotolano trovando nuove aggregazioni, dando forma a se stessi individui ed elementi d’insieme.

Una costante di costante tangibile presenza per me, il Segno e la Parola.

Forti di tutto il loro affascinante potere. Una passione.

 

ABLIBLOCOSCOTFRAMFRANLABO

LABRNAQNARPOZPRASPADSPAGZYG

 

Questa parola tuttintera, che a me bambina si presentò estemporanea in testa come una scritta pubblicitaria scorrevole al neon -e me la sentivo passare sulla fronte, tutta colorata, forse visibile anche agli altri- mi inquietò non poco. E mi tormentò per non so quanto tempo, mischiandosi inaspettata e prepotente fra le idee, le notazioni, l‘immaginario e tutto il resto nella mia valigia ancor leggera di viaggiatrice apprendista ma già fervida.

Un rituale magico una formula esoterica una frase esorcistica.

 

Tutto pane per la fantasia, pane burro e marmellata.

Così l’inquietudine lasciava il posto al gusto per pane burro e marmellata.

O magari miele, o sale e pepe.

Meglio di abracadabra, simsalabim, bibbidi bobbidi bu, supercalifragilistic-e spiralidoso.

 

Una parola magica solo mia, di proprietà riservata.

E come usciva liscia e fluida dalle mie labbra:

 

abliblocoscotframfranlabolabrnaqnarpozpraspadspagzyg

 

Io unica depositaria della magìa.

Ed era vera magìa.

Come quella del Dattilottero Pirapeda destinata a rimanere perenne.

 

Passando una volta per lo studiolo meta quotidiana delle mie incursioni fra libri e oggetti, la parola si frammentò e mi aprì la sua origine occulta.

 

 

A-BLI BLO-COS COT-FRAM FRAN-LABO

 

 

LABR-NAQ NAR-POZ PRA-SPAD SPAG-ZYG

 

a lettere d’oro, sul dorso nero dei volumi allineati dell’enciclopedia.

Lettere d’oro che nel passare e nel fermarmi giorno dopo giorno nella stanza dei libri e degli oggetti mi erano entrate dentro da sole, a colori; e da sole, complice - me ignara - la mia mente, avevano formato la parola magica.

 

Così avevo scoperto il fascino e il potere del Segno e della Parola, la meraviglia e l’autonomia della Mente.

annotato da elleelle 10:36 | commenti (6)